La vita

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Salvatore Quasimodo

mercoledì 22 febbraio 2012

RADICI IMMORTALI

Ieri - ultimo giorno di carnevale - dopo i consueti festeggiamenti, la mano mi correva veloce sulla tastiera sembrava non volersi più fermare. 
Mi sono dilungata troppo lo so  -  nel comporre questo post - mi perdonerete? Avrete la pazienza di leggerlo fino in fondo?  Magari con un buon bicchiere di Lambrusco in mano, ah no oggi è il primo giorno di Quaresima: astinenza e digiuno e acqua:                              

Quel giorno di Natale di dieci anni prima, Nonna Carolina aveva appena compiuto novant’anni e come sempre il raduno di famiglia stava per compiersi ancora una volta attorno a Lei.
Un matrimonio felice e prolifico le aveva dato dodici figli. Oggi gliene restavano tre, che a loro volta l’avevano resa nonna e poi bisnonna, e ora i tanti nipoti e i piccoli pronipoti le stavano intorno come per salvaguardare la sua persona, la sua ormai evidente debolezza fisica che però non scalfiva la forza che traspariva dai suoi occhi azzurri ancora vispi e il suo sguardo penetrante, lo stesso sguardo acuto con cui attirò l’attenzione di Giovanna, la più grande della schiera dei nipoti. 

Il grande prato era stato dapprima recintato con una bruttissima rete di plastica arancione, poi livellato da una ruspa gialla che lo aveva percorso per tutta la giornata in lungo e in largo, i cingoli che penetravano la terra. Un grosso camion, arrivato con fragore e stridio di freni,
aveva scaricato un altro mostro di ferro dal colore indefinito, che portava sul davanti, come grosse fauci, denti di lugubre fattura, mentre un ometto vestito di arancione lo aveva cavalcato e, spostandosi goffamente avanti e indietro, aveva iniziato a scavare e scavare. Penetrava nella terra violandola e scavando ancora e ancora, muovendosi coi piedi pesanti. All’improvviso il mostro si bloccò con fragore, seguito dall’imprecazione rabbiosa del suo cavaliere: il lavoro di scavo si era bruscamente interrotto, che cosa era successo?
L’omino scese a terra con un balzo chiamando a raccolta i suoi aiutanti, cercando di capire il motivo che poteva aver causato l’improvviso blocco del mostro.  
Gli uomini si accorsero stupiti che attorno ai denti mostruosi della pala scavatrice erano avvolte lunghe radici incrostate di terra e costellate di grappoli carichi di minuscoli acini ormai prossimi alla maturazione che li fissavano come tanti piccoli occhi. Armati di grosse cesoie, gli uomini chiamati per liberare il mostro d’acciaio non riuscivano ad avere ragione delle radici, avvinghiate al ferro con tutta la loro forza. 

Il regalo che Nonna Carolina fece a Giovanna in occasione del Natale, era un quadernetto con la copertina nera lucida, il suo DIARIO, il diario di una vita.
Giugno
……… con il permesso delle nostre madri, oggi io e le mie amiche siamo potute andare a correre fra i filari, a sbirciare fra i rami se era già arrivato il momento di rubare alcuni grappoli di uva … forse non è ancora matura, siamo soltanto a giugno e finalmente le scuole sono finite.
Luglio
………ogni giorno, quando ho terminato di aiutare nelle faccende di casa, ho il tempo di andare a passeggiare sola soletta nella grande vigna che abbiamo dietro casa e che costituisce, come dice sempre mio padre, il nostro pane, la vita per la nostra famiglia.
Dalla finestra della mia camera la posso ammirare nei giorni in cui non ho molta voglia di fare i compiti, ma sono molto più felice quando mi è concesso di andare a passeggiare tra i filari, di nascosto togliermi le scarpe e sentire la terra sotto ai piedi nudi, quella terra che da ormai tanti anni permette alla mia famiglia di vivere e sfamarsi con il frutto di quei rami alimentati dalle radici a loro avvinghiate.
Agosto
………Nella mia quotidiana perlustrazione della vigna, sempre alla ricerca di un grappolo d’uva da mangiare di nascosto, vedo crescere fra le grandi foglie verdi, i grappoli, ora bianchi ora neri. Ogni giorno scelgo filari diversi: oggi quelli dalle foglie più brune, ieri fra foglie e grappoli dal colore dorato e luccicante, domani… chissà … ogni giorno una scoperta.
Ma quelli che più eccitano il mio palato e il mio naso sono i grappoli che fanno capolino dalle foglie grandi e carnose dei due filari all’estremità della vigna: ho sentito dire da mio padre che il loro vino piace alle donne perché il sugo di questi acini rosei tendenti al rosso, manda inebrianti effluvi di fragola.
Le mie incursioni pomeridiane, anche a volte per sfuggire ai doveri di casa, mi portano sempre là, nella vigna, il sole a picco sulla testa, le cicale che esprimono al massimo le loro qualità canore. Nei meandri odorosi degli acini rotondi neri e violacei e della terra sempre fedele ai suoi uomini, il tempo si ferma, tutto è apparentemente immobile, mentre culla la lenta maturazione dei grappoli.
Ad agosto tutto sembra immobile, è percepibile solo l’energia vitale della terra, energia forte,
materna.... 
Settembre
……… fra tutti i componenti della famiglia esplode l’euforia, si invitano gli amici e i parenti, e si dà inizio alla vendemmia: è iniziata la grande festa, si raccoglie il prezioso frutto di tanti mesi di lavoro. Gli uomini della famiglia hanno sapientemente potato i tralci, tolto quelli in eccesso, risparmiato i più giovani, tagliato quelli più vecchi che avevano concluso il loro ciclo vitale.
Gli attrezzi erano già pronti, allineati sotto il portico, cesti, bigonce, scale, forbici. Noi bambini abbiamo il permesso di portare i cesti più piccoli, e la sera, quando arriva il carro trainato da due cavalli per la raccolta dell’uva appena vendemmiata, per noi è una festa: possiamo salire a turno, in groppa a quei due pazienti animali e attendere che il carro sia pieno di uva. Solo allora il barocciaio riprende le redini e riparte, alla volta della Cantina, accompagnato dal suono degli zoccoli sui ciottoli.
Per tutta la giornata i cavalli, il barocciaio e il carro hanno fatto la spola fra le vigne e la Cantina, che risplende ora ai raggi del sole mattutino ora al sole di mezzogiorno, o, come adesso, agli ultimi raggi del tramonto sprigionando da quegli acini succosi lampi di energia e forza vitale.

Il 24 dicembre, vigilia di Natale, soffiava un’aria gelida che quasi toglieva il respiro, un manto di brina era sceso durante la notte e aveva coperto con un velo di glassa ogni cosa, le ringhiere dei balconi, le piante del giardino e il tappeto di foglie che mandavano sinistri scricchiolii ad ogni passo. Aveva immobilizzato tutto il lugubre paesaggio che si vedeva dalla finestra del mio studio: le braccia di ferro, un tempo dipinte di arancione, apparivano ora arrugginite e scarne in tutta la loro altezza e immobilità, assi di legno inchiodate fra loro a delimitare un immaginario perimetro, trafilati di ferro che spuntavano dalla gettata in cemento armato come enormi aghi, cilindri di metallo appoggiati su finte gambe. Si erano fermati anche le betoniere che nei giorni precedenti avevano fatto la spola fra il cementificio e il cantiere riversando su quella terra, ormai violata e ferita nel profondo, enormi quantità di liquido grigio che si spandeva solidificandosi fino nelle più piccole fenditure. La grande vigna non esisteva più: affacciandomi alla finestra, non avrei più visto la distesa dei filari che, anno dopo anno, mi annunciavano, con il colore delle foglie, il cambiare delle stagioni; non avrei più sentito il vociare della festa della vendemmia, non avrei più vagato in estate fra i filari a piedi nudi, non avrei più rubacchiato gli acini dai grappoli non ancora maturi. 

L’alba del 7 gennaio si faceva strada a fatica nella notte gelida dell’ultimo giorno di vacanza, lievi chiarori si profilavano da est, raggi di un sole invernale sempre più nitidi che pian piano illuminavano il freddo asfalto, gli alberi ghiacciati sotto il manto di brina, poi su su a illuminare la baracca di metallo che durante la pausa pranzo ospita i manovali del cantiere, già pronti a riprendere il lavoro, le tute colorate, i chiodi di ferro che sembrano voler ferire le mani già provate da tante ore di lavoro al freddo. A un cenno del capo cominceranno la salita: su, sempre più su, al primo al secondo al terzo al quarto piano dello scheletro lasciato incompiuto prima delle ferie natalizie e che ora li attende. Europa dell’est … Nord Africa … uomini e linguaggi tanto diversi, ma accomunati da un'unica necessità: il lavoro per mantenere le famiglie. Le impalcature sembrano brillare di una nuova luce al tiepido sole invernale, il metallo gelido sembra essersi trasformato in rami e foglie di ogni colore. Ma i nostri contadini non usavano l’olmo o la quercia o il faggio per appoggiarvi le viti? Chi, durante queste feste di Natale, ha fatto crescere una vite su una impalcatura di ferro? Lo stupore degli operai è sempre più grande, attendono ordini dal capo, quei rami gracili e flessuosi destinati da madre natura a sorreggere i grappoli di acini succosi e dolci reggeranno il peso di tanti uomini? 
Iniziano la salita, e ad ogni piano della casa che verrà, trovano appoggiate sulle travi di cemento armato ben sistemate bottiglie, bottiglie e ancora bottiglie di vetro scuro, a proteggere il nettare in esse contenute, il tappo di sughero, una colorata etichetta. I più ardimentosi si avventurano, e inizia così la loro giornata di lavoro, al freddo, scaldati da un tiepido sole invernale e da un prezioso nettare. Ai loro piedi, non più una fredda impalcatura di acciaio, ma rami di vite scaturiti da un terra prima ferita poi riconciliata con l’uomo.

E quel giorno fra gli anziani che stazionano sulle panchine vicine, ad osservare gli instancabili lavoratori del cantiere, c’è chi giura di avere sentito nella notte lo scalpitare di cavalli, zoccoli battuti sulle pietre del sentiero, e voci che cantavano:

Ragaz gni chè ch’av vòi fer sintir
un bel scalfiròt ed cal vein genuin
ch’i fan a Mòdna e al va dapertòt
ch’al spoma gaglièrd e ch’al
s’ciama Lambròsch








Ragazzi venite qua che vi voglio far sentire un bel bicchiere (–  delle dimensioni di uno scarpetta da neonato - )  di quel vino genuino che fanno a Modena e va ovunque che spuma gagliardo e che si chiama LAMBRUSCO
 -  Testo di Roberto Vaccari  - Musica di Don Mauro Campani   -  Armonizzazione Don Ezio Nicioli  -


16 commenti:

Legolas ha detto...

Salute a te civettacanterina! Volevo ringraziarti per la visita nell'UniversoNokia, e farti i complimenti più sinceri per il tuo blog! Saluta soffio Doc per me e Galadriel. Vita lunga e prospera per entrambi.

teoderica ha detto...

Beh, un racconto un po' lungo...ma le favole vanno sempre lette perchè tirano su il morale.
Ciao.

stella dell 'est ha detto...

Bellissimo questo post,complimenti Civetta Canterina!Ti aspetto a "casa mia",ciaooo a prestooooo!!!OLGA

Melinda ha detto...

Uno scorcio di vita davver interessante...a veder parlare di vigne mi sono tornati alla mente ricordi felici di quando ero bambina. Grazie mille Civetta :D

Carolina Venturini ha detto...

Bellissimo il dono della Nonna Carolina!

Adriano Maini ha detto...

Un nonna poetessa, che mi fa richiamare alla memoria ricordi minimali di tale genere, ma che, ancor più, credo, deve avere influito sulla bella penna della nipote!

Anna-Marina ha detto...

Bellissimo racconto! Non importa se lungo..si legge d'un fiato.
Hai mai visto il film "il profumo del mosto selvatico" (mi pare si chiami così)?

Ambra ha detto...

Il tuo racconto mi ha preso tanto da non rendermi minimamente conto che fosse lungo. Mi piace anche la tua penna leggera che scorre velocemente con leggerezza. E veramente un bellissimo regalo quello del quadernetto della nonna.

Sandra M. ha detto...

Civetta, che tesoro possiedi!!!

alessandra ha detto...

Scrivi veramente tanto bene! Con un linguaggio fluido, musicale, a tatti poetico. Mi è piaciuto molto il racconto o la favola, come l'hai impostato e come hai stimolato la mia curiosità. Devo dirti che mi hai deliziata sopratutto con quelle pagine di diario scritte in un quadernino nero. Che grande semplicità e amore per la vigna in nonna Carolina! Deve essere stata una persona molto bella dentro di una purezza tutta sua, molto simile alla pianta di vigna che subisce ogni sorta d'intemperia e che ci delizia con i suoi preziosi frutti dal sapore di saggezzza.

nonno enio ha detto...

i post lunghi sono spesso indigesti e allontanano i commentatori

alessandra ha detto...

vorrei intervenire sul commento di nonno enio, purtroppo si, è vero, non si leggono i post lunghi non sapendo a volte cosa si perde, come in questo caso, racconti molto belli, scritti bene o argomenti molto interessanti. Io mi chiedo perchè riusciamo a leggere libri, giornali e via dicendo e non ci soffermiamo nella lettura di post interessanti solo perchè"lunghi".
Il racconto di civettacanterina vale 5 minuti del nostro tempo, li vale tutti.

@enio ha detto...

@alessandra
sul web le cose cambiano e sopratutto nei blog! Con questo non ho detto che non li leggo, sopratutto se gli scritti sono belli e interessanti come questo.Ti riportavo solo una regola principe che vive su internet.

L'omino con la chitarra ha detto...

Già sono un amante del vino... dopo le bellissime pagine di diario, lo amo ancora di più...

Pinuccia ha detto...

Grazie della tua visita.Ho conosciuto così un bellisismo bloe e una bellissima persona.
Un abbraccio e un bacione alla tua 14enne brontolona
Pinuccia

stefanomassa ha detto...

lieto di conoscere questo blog... ;)